STEFANO MANCINI : UN ARTISTA CALEIDOSCOPICO E TEATRALE

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 STEFANO MANCINI


Stefano Mancini è un artista che abbiamo scoperto sul web tramite il collegamento FB con la storica dell’arte dottoressa Marcella Cossu.
Dei suoi lavori ci ha colpito la mescolanza dinamica di colori e forme che si armonizzano in un gioco collage di quinte teatrali . (Emanuela Dottorini)





Stefano Mancini nasce a Portoferraio (Isola d’Elba) nel 1970. Frequenta l’Istituto Statale d’arte di Tivoli e in seguito l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove nel 93 si diploma con lode in scenografia. Qui segue i corsi di Nato Frascà, Giorgio Scalco e dello storico dell’arte Roberto Maria Siena. E’ scenografo e costumista teatrale, artista poliedrico impegnato anche nelle arti figurative e nell’arte applicata. Numerose le collaborazioni, con noti registi, per le realizzazioni di scene e costumi di svariati spettacoli teatrali. A partire dagli anni ’90 si dedica continuativamente alla pittura, sperimentando tecniche materico cromatiche con impreziosimenti di collage di carte e stoffe. Con il suo lavoro propone e affronta allegoricamente l’opera lirica, testi teatrali, favole e racconti rappresentati tutti con la chiave ironica e giocosa con cui legge e rielabora le sue idee e fantasie. I suoi lavori sono presenti in collezioni private in Italia e all’estero e recentemente il Corriere della Sera pubblica le sue opere. Dal 2013 Artflux Arte Contemporanea (www.artflux.it/) si occupa della distribuzione delle sue opere. Vive e lavora a Castel Madama, tra Tivoli e Roma. 



STEFANO MANCINI

“ C’era una volta … La magia della commedia umana”
Immergersi in un’opera di Stefano Mancini è una “fantastica” peripezia dello spirito. E’ stato dimostrato, da decenni di studi, che molto del nostro nucleo psicologico si forma quando, ancora bimbi, ci confrontiamo con la dimensione della fiaba, la quale, entrando in consonanza con la psicologia infantile, accompagna nel creare una prima visione del mondo, strutturando e guidando l’individuo nel superamento delle paure ancestrali e dei più atavici conflitti interiori. Essa possiede una multiforme ricchezza, in quanto metafora di esperienze di vita e di modelli di comportamento. Costituisce uno dei primi strumenti che dischiudono al pensiero immaginativo, il quale apre uno spazio di riflessione che restituisce e rielabora gli aspetti simbolici con cui il bambino impara a relazionarsi con l’esterno. Medesimo valore hanno anche il mito, la tragedia, la commedia, che altro non sono che fiabe per adulti.


Come scriveva Emilio Tadini, a proposito dell’esperienza pittorica buzzatiana, “Molta letteratura e pittura dell’Ottocento e del Novecento – da Lautréamont a Bréton, da Chagall a De Chirico a Magritte – diventano più comprensibili se interpretate a partire dal concetto di fiaba o addirittura di mito (fiaba e mito, soprattutto in età moderna, sono due categorie in forte contatto fra loro, fra cui spesso non è facile tracciare una linea di demarcazione)….


Stefano Mancini si inserisce in questo contesto. Scenografo, costumista, ma – soprattutto – pittore, è un artista versatile che sa creare un linguaggio espressivo che nasce da un’interessante commistione di elementi appartenenti a diversi ambiti della comunicazione. Acuto conoscitore delle più svariate tecniche pittoriche, tutte quelle che le avanguardie storiche ci hanno consegnato (collage, sperimentazione linguistica, accostamento di differenti materiali attinti dal quotidiano), ama perseguire esperienze contenutistiche in grado di restituirci la magia di quel mondo surreale e fantastico che celebra attraverso i suoi collages polimaterici.


La rappresentazione satirica dell’immaginaria commedia umana vive nei suoi fiabeschi personaggi quale simbologia di un mondo gioioso e lieve, in cui, in un tripudio di colori brillanti e vivaci, trionfano l’amore, la leggerezza e la “joie de vivre”.
In tutte le opere emerge la passione per l’architettura e per il teatro. I personaggi di questo artista si muovono infatti tra magnifiche quinte teatrali, oppure nel contesto di città medievali e rinascimentali, sullo sfondo di splendidi monumenti architettonici. Il loro mondo, così come i loro costumi, è colorato, sgargiante. Sono re e regine, nobildonne e cavalieri, che popolano regni immaginari dove ancora paiono vigere i valori cortesi. E noi in questo magnifico scenario ci immergiamo volentieri, poiché, da qualche parte, nella nostra memoria e nella nostra fantasia, queste figure esistono davvero e abitano i nostri sogni, come paradigmi di quel mondo perfetto che tutti vorremmo vivere. Ma non ci resta che rimanere rapiti ad osservarli, re senza regni, regine senza principi, guerrieri senza vittorie. Ed è questo contrasto, l’eterno conflitto tra reale ed ideale, che ce li fa amare. Dalla realtà al sogno, il mondo raccontato da Mancini appare come un’isotopia che ripropone, pur nella loro ogni volta nuova figurazione, percorsi tematici che entrano in consonanza con lo spettatore. Tutti gli elementi figurativi che l’artista pone sul proscenio della propria rappresentazione concorrono a comunicare il passaggio dal mondo reale alla dimensione magica del sogno. La verosimiglianza del contesto, l’uso della prospettiva, questi dipinti che paiono inquadrature di un cortometraggio, l’inserto della parola, sono tutti elementi comunicativi che contribuiscono a creare un contesto di riferimento “condiviso” che ci rassicura e ci avvince, regalandoci ad un’eternità senza tempo in cui tutto è possibile.


Mancini ricorre, nel dar volto a questo mondo, a materiali disparati, quali stoffe, inserti di giornali, minuterie, e, con la meticolosità di un artigiano, unita alla sua esemplare abilità pittorica, pare per primo divertirsi, smarrendosi in esso con un umorismo di pirandelliana memoria, su questo palcoscenico fantastico, in cui i personaggi recitano il loro copione con velata ironia e sorridente agilità.
CRISTINA PALMIERI


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